"…por eso he soñado con una obra que no se encajase en ninguna categoria, que en lugar de pertenecer a un género, los contuviese todos; una obra dificil de definir y que habría de definirse justamente por esa carencia de definición; una obra de la tierra en el cielo y del cielo en la tierra; una obra que fuese el punto de reunion de todos los vocablos diseminados en el espacio cuya soledad y desconcierto no podemos ni imaginar; el lugar, más allá del lugar, de una obsesión por Dios, deseo no colmado de un insensato deseo; un libro, por último, que sólo se entregase por fragmentos, cada uno de los cuales fuese el inicio de un libro."

Tratto da El libro de las preguntas – volumen II di Edmond Jabès, ediciones Siruela, El antelibro III, pagina 261. Trovai questo libro in casa di Didac e lo aprii a caso.

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lunedì, luglio 12

nell'immota quiete del'inerzia




In ogni cosa che dimenticherai
è li che sono io
in ogni ombra delle tue percezioni
io mi nasconderò
come un'illusione
immobile sarò
e dal tuo sguardo fuori fuoco
apparirò improvvisamente
e più mi cercherai
e più dovrai fermarti
e più mi stringerai
e più ti sfuggirò
sarò tuo nella resa
quando sarai sconfitta

8 commenti:

Mio ha detto...

E' una gran cosa rendere merito a chi nella resa si trova da sconfitto. Pochi lo sanno fare, davvero pochi.

Belle parole, belle davveero Bak!

Roberto

BAK ha detto...

Grazie Mio, grazie per esserci sempre. Io invece è da troppo che ti trascuro ma che ce pozz fà?

Bak

Mio ha detto...

Ehi Bak... mica devo prenderti a male parole vero? :D:D:D:D:D
a presto spero ;)

roberto

Yuki aka Prisma ha detto...

Riflettevo su una cosa... resa, sconfitta... divorare, inghiottire... sono termini ricorrenti nel descrivere l'approccio con l'altro da noi, inteso sia come entità esterna, ovvero come nostro alter ego o doppelganger, sia come una delle nostre molteplici personalità interiori, sotterrate nel nostro vivere quotidiano da una miriade di strati e sovrastrutture.

Mi incuriosisce questo bisogno di possessione molto frequente in noi, oserei dire, "occidentali", come se la nostra realizzazione derivasse dal fare nostro ciò che ci manca o che riteniamo possa colmare un nostro vuoto. Si crea così una sorta di dipendenza che porta a un desiderio di sopraffazione, come se non potessimo esistere senza questo movimento che sovrasta, che tende ad inglobare annichilendo.

Mi chiedo se non sia possibile un processo di scambio con l'altro da noi senza che avvenga necessariamente questa "distruzione" più o meno simbolica... perché se è vero che tutto si trasforma e niente si distrugge, potrebbe forse venir meno la necessità di armare una guerra in cui qualcuno vince e un altro perde. In natura non c'è evoluzione della specie senza lotta per la sopravvivenza, ma forse i nostri neuroni dalle capacità in gran parte inesplorate meritano più di questo...

Sono andata fuori tema, credo... ma i tuoi post stimolano spesso riflessioni metafisiche.
(mo' nun te montà la testa però! :D)

BAK ha detto...

Tu hai perfettamente ragione ... come te cerco sempre alternative al conflitto e certe volte mi rendo conto che il conflitto c'è e basta, non si può evitare ... è la natura delle cose.
E allora nel conflitto scelgo la mia tecnica, simile ad un abile samurai schivo ed evito con l'arte dell'aikido.
Costringo il mio avversario a stancarsi oltremodo per catturare solo le turbolenze dei miei movimenti.
Si vince quando togli all'altro la soddisfazione della lotta ... allora si che il conflitto non ha più senso, allora si che si torna all'unione.
Sono due fasi dello stesso eterno processo.
Almeno questo immagino, poi come ogni persona normale mi sveglio tutto sudato hahahahahahahaha ;P

Yuki aka Prisma ha detto...

Si vince quando togli all'altro la soddisfazione della lotta ...

Giusto... è ancora meglio se la lotta cessa da sé, esaurendosi, quando si comprende che i motivi che l'hanno scatenata sono dentro di noi e non dipendono dalla persona che ci sta davanti, spostando così l'asse del conflitto.

Anzi, spesso l'"avversario" non fa che incarnare, personificandola, una nostra mancanza, un nostro modo sbagliato di affrontare una situazione o un limite che non riusciamo a superare. Spesso le situazioni irrisolte tendono a ripetersi nel tempo, coinvolgendo persone e luoghi diversi, finché non abbiamo impararato la lezione.

Miiii come sono saggia oggi, ma che me so' magnata il libro di Krishnananda? :D

BAK ha detto...

HAHAHHAHHAHHAAHA! :)))

BAK ha detto...

ps. Spero voi consideriate i posts nella loro interezza, ovvero una sinergia tra immagine musica testo (del video) e poesia ...
lo so lo so, precisazioni da paranoico ... è la mia natura ;P

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