Quanto mi piacerebbe veder quella parte! Chi sa se nell'inverno c'è il fuoco: se il nostro focolare non fa fumo, non s'indovina mai; ma se c'è fumo di qua, c'è fumo anche di là. Ma chi sa, può essere una finzione, per dare a credere che ci sia il fuoco anche di là. I libri, poi, somigliano ai nostri libri; ma le parole sono stampate a rovescio. Questo lo so; perchè ho tenuto un libro contro lo specchio, e nell'altra stanza ne hanno pigliato un altro. - "Attraverso lo specchio" di Lewis Carroll
"…por eso he soñado con una obra que no se encajase en ninguna categoria, que en lugar de pertenecer a un género, los contuviese todos; una obra dificil de definir y que habría de definirse justamente por esa carencia de definición; una obra de la tierra en el cielo y del cielo en la tierra; una obra que fuese el punto de reunion de todos los vocablos diseminados en el espacio cuya soledad y desconcierto no podemos ni imaginar; el lugar, más allá del lugar, de una obsesión por Dios, deseo no colmado de un insensato deseo; un libro, por último, que sólo se entregase por fragmentos, cada uno de los cuales fuese el inicio de un libro."
Tratto da El libro de las preguntas – volumen II di Edmond Jabès, ediciones Siruela, El antelibro III, pagina 261. Trovai questo libro in casa di Didac e lo aprii a caso.
Se ci penso non l'abbraccio nemmeno un pò quest'idea: una semiretta. Un imbuto dove in fila attendono numeri da ogni insieme matematico, giunti alla mia porta per bussare e fingersi statue. "uno, due, tre ...stella!" Ad ogni passo più vicino, senza che me ne accorgessi. E quando meno te l'aspetti ti senti toccare ... magari tra il "due" e il "tre", o magari alla "s...". A pensarci non ci si arriva, poi di colpo tocca a te fingerti una statua. Fingerti fermo, senza respiro, senza vita per sorprendere la vita altrui, come altri hanno fatto con te. E non si può sempre contare, non si può sempre vincere. Sono sul ciglio dell'abisso, di guardia ... Il mio piccolo abisso che comincia in un piccolo cratere fatto di buio e colla, di sabbia e vettori, di coppie e di archetipi. Il mio piccolo abisso che in un senso è tutto qui, finito ... nell'altro come gli altri: in-fine. Sentirlo è completamente diverso dall'immaginare un piano visto di taglio, o una semiretta che chiude l'angolo giro di un cerchio senza pari. L'immaginazione solo questo ci da, immagini e null'altro. E allora lo sento il mio abisso, ci metto le mani dentro e mi lavo il viso con l'assenza che ne sgorga. E' tutto e il suo contrario il mio piccolo abisso, come fosse un'antipianeta dove la gravità porta in alto e comunque succhia a sè. Allo guardo inizia e finisce, ma potrei percorrerlo all'infinito. Se iniziassi non terminerei, all'ora sarei minuto. E prima ancora secondo ... ma solo ai miei passi. La solitudine? Non è un problema quando hai così tanto tempo da imparare a ripiegarlo e ancora e ancora, per tagliare via il superfluo ed ottenerne interminabili girotondi di pupazzi ... innumerevoli copie di me e dell'uomo ideale. tutti identici e sovrapponibili che mi guardano attoniti coi loro occhi ancora da disegnare, come a ricordarmi che non sono come loro. Stringono il cerchio e poi tocca di nuovo a me contare ... "uno, due, tre ...stella!" ad ibitum. E ogni cerchio è diverso, seppur limitato e senza fine. Ogni percorso si distingue dal precedente ... ed è così che mi insinuo, è così che piego il tempo e me stesso. Il mio omeopata mi ha chiesto cosa ne penso della morte. Io ho risposto che non mi preoccupa, perchè la morte è anche adesso ed io sono comunque vivo.
Sensi che si amplificano solo torturandoli, imprigionandoli ... ormai saturi di società. La senti anche tu l'onda che circonda la terra in un tenero abbraccio di massa? Ad ogni giro la cresta mi coinvolge. Il popolo della luna attende paziente il permesso del sole. I sensi si sfogano moderati dal pensiero del giorno a venire. Il Ramadan è il mese del pellegrinaggio interiore, e non sempre il viaggio è sereno. Non sempre la meta è conosciuta. Non sempre gli incontri sono cordiali.
Ora, di fronte ad un foglio elettronico scelgo di lasciarmi andare e conservare tutti i possibili errori di digitazione che il grande caos/caso mi concede …
Poche tracce per cominciare ... ma è già qualcosa. Ci tengo a distinguere fra errore e sbaglio. Sbagliare è comune ma errare è straordinario. Esattamente! E’ fuori dall’ordinario, fuori dall’ordine, dal prestabilito. Interessanti teorie enunciano che gli errori sono ‘segni’ di un cambiamento imminente, e tanto più sono frequenti e interconnessi questi segni, questi errori, tanto più sono prossimi i cambiamenti. E’ sbagliato, o forse meglio dire illusorio, credere nei sistemi stabili a prescindere del loro tempo di esistenza. In natura tutto si svolge in un tempo T o t: Maiuscolo per il tempo definito da un momento A ad un momento B, e minuscolo nello studio dei fenomeni nel tempo inteso nel suo scorrere … negli istanti infinitesimali del loro accadere.
Mi piace spesso vantarmi con gli altri di avere una coscienza nascosta molto più forte di me, del me esteriore, razionale, lineare, comune, sociale ... un po' come Socrate il suo demone (δαιμων - spirito, sé elevato). Socrate diceva di avere un daimonion che lo allertava contro gli sbagli (e appositamente non scrivo “errori”), ma senza mai dirgli cosa fare o obbligarlo a seguire i suoi dettami. Egli asseriva che il suo demone esibiva grande accuratezza nei dettagli, più di quanta ne fossero in grado di offrire le pratiche divinatorie del tempo. Il demone di Socrate è interiore, e nonostante appartenga all'irrazionale, si addomestica con la ragione. Secondo il filosofo bisogna conoscere se stessi. Anche Platone, narrando del suo maestro, scrive che la sacerdotessa Diotima insegna a Socrate che l'Amore non è un Dio, ma bensì un buon demone. E lo stesso voglio credere io dell'Errore. Un'idea. Eureka! Il demone era, per Plotino, un'altra forma per denominare il Logos Spermatikos, la "ragione seminale" che si diffonde nella materia inerte animandola e portando alla vita i diversi enti. Il logos è presente in tutte le cose, dalle più grandi alle più piccole, garantendo così l'unità razionale dell'intero cosmo. Logos è un termine greco che, nel corso dei secoli, ha indicato idee e concetti molto diversi, specie nell'ambito della filosofia e della religione: spiegazione, frase, argomentazione, ragionamento, misura, ragione, logica e così via.
Anche nel campo della scienza il demone appare, a volte semplicemente per giustificare l'assurdità, l'inconcepibile, l'autonoma volontà dei sistemi naturali. E' il caso del demone di Maxwell, una teoria datata 1876 dove il fisico scozzese James Clerk Maxwell mette in discussione la linearità della seconda legge della termodinamica. Precedentemente anche Pierre-Simon Laplace, nel 1814, ipotizza l'esistenza di un demone che, conoscendo la posizione nello spazio e nel tempo di tutti gli atomi dell'universo, può prevedere l'intero corso passato presente e futuro degli eventi cosmici attraverso le leggi newtoniane. Ciò che per la nostra fisica scolastica appare idiota, per la fisica quantistica si rivela essere una delle chiavi centrali per lo sviluppo di nuove teorie sull'intelligenza. Soprattutto perchè uno degli assunti fondamentali è che nessun fenomeno osservabile è indifferente all'osservatore, ma soprattutto nulla è determinabile. Quantomeno l'esatta traiettoria di un elemento subatomico.
Il succo è che molto dipende dalla nostra coscienza: in una serie di bivi consecutivi (in cui la scelta è dubbia – o certa – al 50%) l'esito finale del percorso tracciato dipenderà dalle nostre scelte. Consapevoli o meno che siano, tracceranno un percorso frattale.
Ad esempio Michael Talbot sostiene l'esistenza di un potere “reality-structurer” della nostra coscienza (Michael Talbot, “Mysticism and the new physics”, London, Bantham, 1981). E per collegare insieme questa rete di informazioni uso un trucco che ho imparato anni fa. Mi rilasso, chiudo gli occhi e associo liberamente per suono, per esperienza, per lettura, per fortuna, per errore ... pratico l'errare come metodo. In questo caso è un errare linguistico e filosofico, ma soprattutto simbolico. Ho cercato tante volte di spiegarlo ad altre persone, in particolare al relatore della mia tesi di laurea a suo tempo. Inutile, tutti pretendono uno schema, un algoritmo lineare, un testo standard. “Eppure se lo posso pensare ... esiste già!”, mi giustifico da solo. Effettivamente funziona, o almeno mi diverte. Concateno gli elementi della mia piccola rete e mi metto a pescare nell'immaginario. Fondamentalmente anch'io credo negli archetipi, credo in delle chiavi (quantitativamente limitate) che consentono di aprire delle porte del pensiero. Un alfabeto del logos per comporre frasi vecchie e nuove. Un passepartout per l'immaginario collettivo. Ed ho il sospetto che l'errore sia una di queste chiavi. E qui tiro fuori il mio cavallo di battaglia, la mia chiave di volta: Mario Pincherle. Questo simpatico signore è stato l'unico che con un linguaggio semplice mi abbia spiegato cosa sono gli archetipi. Iniziai ad interessarmi all'argomento perché, appassionato kubrickiano, stavo tentando di conoscere C. G. Jung. Da lì sono poi stato in grado di andare a ritroso seguendo il filo conduttore che mi ha condotto all'errore. Lo sbaglio è vivere credendo che si possa programmare il presente e il futuro sulla base del passato, poi subentra l’errore e siamo salvi. Si, salvi dall’appiattimento, dal calcolo algebrico, dall’imprinting che la società impone ad ogni nuovo arrivato sul pianeta Occidente. Lo sbaglio non mi interessa, l’errore mi spaventa … e credo sia perché riconosco dentro di me delle ombre in rapido movimento su uno sfondo di oscurità. Immagino che chiunque abbia scritto un articolo su questo numero di MOM sia in profondo un apologeta dell’errore che ama scardinare la logica lineare del senso comune … zigzagare senza progettare per linee. Come un rabdomante. Eugenio Barba scrive:
Eugenio Barba è un maestro folle del teatro. E’ un sacerdote che custodisce il suo tempio con cura da più di quarant’anni. Eugenio Barba riconosce nell’errore un segno dei tempi e dei loro cambiamenti. Molto probabilmente dovrò riscrivere tutto, ma ho deciso di scrivere sotto pressione … sono le ore 5.35 di domenica 11 Marzo 2007. Sono a casa mia. Con il computer strapieno di softwares aperti e la RAM implorante pietà. Tutto ciò nella speranza che l’errore si manifesti come un segno del prossimo cambiamento.
Il segreto è bello, seducente, può anche ossessionare.
Il secretum latino deriva dal verbo secerno, che ha il significato di "separare" e che, come ben si vede, non ha nulla a che vedere con il "nascondere". L'etimo suggerisce, quindi, l'esatto significato di "segreto" o secreto per "ciò che è stato separato".
Troppo facile. Magari è più interessante scavare nel proprio immaginario privato e trasformare ciò che era un segreto in qualcos'altro.
Io mi riconosco come individuo solo nella misura in cui sono separato dal resto del mondo. Ne risulta che io sono il mio stesso insondabile segreto. Sono la ghiandola che secerne la mia stessa natura, la mia individualità mettendo il mio secreto a disposizione di tutti. Questo stesso articolo è la mia secrezione.
Chi sa se il parallelismo fra biologia e società può reggere al suggerimento di una ghiandola sociale che secerna il siero, l'enzima della verità delle cose. Professarsi tale ghiandola è fonte di potere, basta pensare alle religioni, alle sette, alle società segrete, ai partiti e le loro ideologie, ai fenomeni letterari, alle case farmaceutiche, eccetera eccetera, tutte entità che hanno bisogno di affermarsi pubblicamente come fonte di verità.
Forse ci diamo anche troppa importanza. Cioè: ma che cosa saremmo noi in fondo? Ma che cosa sarebbe poi, il mondo, se noi andassimo avanti, a spiattellare tutti i nostri segreti? Un enorme talkshow, dove uno potrebbe dire: "E poi a cinque anni avevo fatto questo... per non dire poi che ho combinato quella volta...!" E ne verrebbero fuori le cose più imbarazzanti. Forse verrebbero fuori con una persona cui, dei tuoi segreti, non gliene importa assolutamente niente. E questo sarebbe davvero umiliante. Forse la gente tace i propri segreti proprio perché agli altri individui non gliene importa assolutamente nulla.
Si dice che il pettegolezzo sia un difetto, una piaga sociale, una cosa di questo genere. Insomma: è diffuso parlare male del pettegolezzo, ed è anche giusto parlare male del pettegolezzo, in un certo senso, ma è interessantissimo notare il fatto che esso, a parere di molti, sia uno degli universali antropologici. Il che equivale a dire che non c'è una sola società al mondo che non conosca il pettegolezzo, mentre ci sono le società che non conoscono il fuoco, che non conoscono la ruota. Quindi sembrerebbe far parte proprio dell'essere uomini il fatto di raccontare i fatti altrui o di non farsi soltanto i fatti propri.
Io ho i miei segreti, un altro ha i suoi. E questo, paradossalmente, è proprio quello che noi siamo. Non è quello che c'è di pubblico in noi a definirci come persone, bensì quello che c'è di più segreto.
Siamo noi stessi il segreto. Il nostro essere, la nostra natura. D'altronde il segreto, come concetto, non ha una definizione, semmai è quel luogo filosofico dove si suppone stia la verità coperta da un velo. Il segreto è il velo stesso, è il simbolo della verità. Rappresenta la verità attraverso un vuoto incolmabile.
La natura del segreto è suggerita, mai manifesta. Difatti un segreto è tale perché non “svelato”, un recinto inaccessibile nel mondo della comunicazione. Ed è questo il punto: il segreto esiste in funzione della comunicazione, ne è l'ombra. E come l'ombra il segreto appare quando c'è luce, ovvero quando si punta l'attenzione su un determinato argomento o questione.
La vita potrebbe proprio riassumersi in questo perpetuo divenire del segreto. Una vita è il gesto di “togliere il velo”.
Sapere il perché si confessi un segreto credo dipenda essenzialmente dal fatto che si sia abituati a parlare con la gente. Io credo che sia questo. Noi non riusciamo, a causa delle nostre abitudini a comunicare, a socializzare, la nostra vita interiore. E quindi lo statuto del segreto è davvero paradossale proprio per questo, perché sussistono delle verità che conosciamo benissimo, e non c'è bisogno di dirle, poi però fatalmente si finisce per dirle a tutti.
Allora il segreto esiste a posteriori? Esiste quando non è più? Effettivamente è così. Un segreto non esiste, almeno in teoria, fino a che non viene svelato. Come ogni altra cosa per esistere ha bisogno di un testimone.
Se un segreto esiste al di fuori della sfera comunicativa umana, a noi non è dato saperlo.
Quello che noi abbiamo da dirci, in generale, proviene dal fatto che usiamo delle parole per esprimerci, parole che possono essere fraintese. Se le persone potessero comunicare attraverso il pensiero, senza parole, non si direbbero più niente.
Che cosa realmente uno sia individualmente, questo non lo si può mai dire fino in fondo, perché resta determinato nello stesso modo in cui lo è un segreto. Quello che noi siamo davvero, la nostra reale identità unica irripetibile, eccetera, eccetera, è un vero segreto. Forse è anche un segreto per noi stessi.
Ci sono cose nascoste agli occhi degli indegni, che i grossolani acerbi di spirito non possono estrarre per berne il prezioso succo. Ci sono lezioni da imparare, o forse è meglio disimparare la superficiale educazione di noi massificati primati. Ci sono dei processi in corso con i quali si può scegliere di armonizzare o meno ma non ci si può escluderne. Ci sono nodi che rendono bellezza una corda, e nessuna delle vie è retta. Ci sono armonie, private o meno, che tutti intoniamo ... ma per ego e paura molti sconcertano. Non importa, io ci sono. Anche tu. Anche noi.
Ora ricordo ...Quando nella tua giornata succede qualcosa di stimolante, allora si attiva una parte di te che non ricordavi di avere, una reazione nel sistema percettivo che a catena smuove la memoria.
Immagina di sgrullare la tovaglia dopo pranzo, ti affacci alla finestra col fagottino in braccio e poi le braccia danno un'impulso, il tessuto diventa uno tsunami a fantasia di frutta sollevando una poesia di briciole di dolce pane ...
Tutto questo per raccontare la mia giornata col senno di poi:La situazione è che domani trasloco in un'altra stanza non lontano da dove sono ora. Solo che il freddo mi anestetizza i pensieri e rinvigorisce la mia pigrizia contro ogni mio interesse. Giro per la stanza post-hiroshima scuotendo la testa... uffff! Proprio non mi va. Oltretutto ho deciso proprio oggi di punirmi e provare ad istallare XP sul portatile nuovo (Vista fa cagare ...), ma non so perchè mi dice chenonsipuòfarepernondanneggiarel'hardwareerroree25e6y6wstgwg4qnm6u4aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaahhhhhhnoooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo!!!quindi>
Scrivo tutto questo perchè? Perchè esco di casa e "PUFF", il quartiere è in Black Out! Tutto Raval si occulta sotto il mio sguardo, scompaiono camerieri e clienti inghiottiti dai bar, scompaiono i passanti, i tabaccai, gli studenti, i turisti, gli indiani, i pakistani, i catalani, gli alberghi, l'immondizia ...Rimangono solo odori suoni e la sensazione che tutti ti sfiorino sul marciapiede stretto ed affollato. Restano i lumi di candela sui tavolini di un caffè in una piazza adiacente carrer hospital, e in fondo la luce blu rotante di uno scooter della polizia. Da una chiesa arrivano fioche fiammelle blu e rosse dei ceri accesi sotto una benevola immagine del Cristo.
Oggi sono proprio potente! Ho spento tutto il quartiere!
Cmq non potevo rimanere indifferente a questa poesia, a questo ricordo che mi rammenta quanto amo questa strana città, nonostante mi tratti male ...E allora che faccio? Un tuffo nel passato! Mi tuffo sulla Rambla ancora illuminata e corro al caro vecchio PC (PakiComputer), da dove una volta lanciavo nel mare di Internet dei messaggi in bottiglia in giro per il mondo. Messaggi email ad una lista.
Oggi ho un blog, ma il PC è sempre lo stesso. C'è sempre il mio unico amico pakistano che mi riconosce dopo anni e mi chiede come va, se faccio ancora avanti e indietro. Non posso non confessare e riderne con lui. Sono di nuovo qui.
Questa è la mia fortuna. E' la fortuna che ha uno nella mia situazione di conoscere Moreno, il buttafuori in seconda all'Hard Rock Cafè di Barcellona.
La mia situazione è quella di essere capace di tagliare la verità come burro nello spirito, ma con la fragilità di una goccia di rugiada pendente dalla bocca di un fiore carnoso era ridotta la mia anima.
Rivedendolo lì, senza sapere di attendermi, alle porte dell'inferno americano, ho pensato: "Alla fine Moreno è uno della vecchia scuola. Magari i documenti per venire in Europa li ha ottenuti facendo il divo del porno in Brasile".
Ehh! Se le sue rughe narrassero la sua storia, lui non avrebbe bisogno di parlare neanche per ordinare un caffè. E' robusto, tutto marrone, uno sguardo indio e la foresta per chioma.
Ricordo ancora quando lo assunsero. Moreno dovette smettere di mimetizzarsi con la colonna e salire su di una sedia, instaurando un teatrino di fronte al semicerchio del personale del turno di mattina: il pre-shift.
Odierò per tutta la vita il suono di quella pa-rola, è come un fischio di donna, la lingua del diavolo nelle orecchie.
Sonia gli intimò di presentarsi dopo averlo pre-ceduto. Erano le 11:45 am. Arantxa gli ha chiesto lo stato civile. Lui sorrise bofonchiando "soltero" con forte accento portoghese-brasiliano.
Quando il ristorante mi venne incontro io mossi i piedi verso di lui. Ci salutammo alla maschiona, e dopo una piccola confidenza sul perchè della mia angoscia sorridente, la stessa di un Jack Nicholson danzante sotto la luna, fresco di rossetto, lui eruppe col suo segreto:
M. "Ho amato una volta sola!"
AaHaB. "Davvero?"
M. "Si. Ed è finita perchè lei mi lasciò"
Poi mi chiese se mi piaceva il cinema. Risposi di si. Mi chiese se mi piace il cinema brasiliano. Si, tipo Cidade de Deus. Esattamente! Ma dai. Devi vedere Tropa de Elite. Sarà fatto, come si scrive?
Tornato alla base, cliccai sul mulo ribelle e misi in coda il titolo.
Ora che l'ho visto mi sento molto cambiato. Capisco molte cose su ciò che una situazione può creare in una persona. Un capolavoro. Un'auto riflessione potente.
Certe volte bisogna ammetterlo ... bisogna ammettere che si ha bisogno di qualcosa, di un aiuto, di una valvola di sfogo. Beh, questa è la mia. Non so se Radiomantico sia un bel nome per un programma (web)radiofonico ma al momento mi è venuto in mente solo questo neologismo. Se ti piace lascia un commento, molto meglio una critica che una pacca sulla spalla. Soprattutto questo lavoro è dedicato a Grex, visto che per il momento siamo lontani e Radio Pazza è rimasta freezata. Questo non significa che Radiomantico sostituisca Radio Pazza ma bensì che la integri, che la renda più simile a ciò per cui l'abbiamo creata io e Grex: un contenitore per altri programmi di webradio low cost. Ovviamente se hai delle proposte fatti avanti... Il resto è qui dentro, aria che vibra tra gli speakers e le tue orecchie.
BAK
PLAYLIST:
CASINO ROYALE - SEMPRE PIU' VICINO (REGGAE VERSION) (Lyrics - Testo) CRISTINA DONA' - INVISIBILE (ROBOTTINO ROMANTICO) (Lyrics - Testo) DIEGO MANCINO - IL CENTRO CANGIANTE DELL'UNIVERSO (Lyrics - Testo) DEASONIKA - IL GIORNO DELLA MIA SANA FOLLIA (Lyrics - Testo) MACACO - NA DE TI (Lyrics - Testo) ANDRE ZIMMA feat. THIEF - TIME EXISTS IN MEMORIES CLARA HILL - ONCE I KNOW HOOVERPHONIC - RENAISSANCE AFFAIR (Lyrics - Testo) DAFT PUNK - SOMETHING ABOUT US (Lyrics - Testo) LISA SHAW - HOT SKIN
Se non si sente o il player non funziona puoi scaricare Radiomantico in formato mp3. Se vuoi essere aggiornato attraverso la nostra mailing list scrivi una mail e inviacela a radiopazza@gmail.com
Farà bene, contro la scarsità di idee, combattere scrivendo? Non che sappia dove andare a parare ma quantomeno un grido di aiuto rivolto al vuoto, al nulla, all'abisso incontemplabile dell'avvenire lo si può anche intonare.
Non so esattamente cosa mi stia succedendo. Mi capita regolarmente ogni anno o due di cambiare vita, di sradicarmi e migrare.
Beh, fra lo sradicarsi e il migrare ci sono profonde differenze:
Sradicarsi è un pò tra il rifuggire il terreno che accoglierà (o che almeno ha tentato), appunto, le "radici" ... e a me l'immagine di un uomo che mette radici non sollazza molto, la trovo priva di grazia.
Migrare è più da uccelli ... si dice liberi come gli uccelli ... si dice ... ebbene migrare neanche mi piace. Gli uccelli migratori tornano sempre negli stessi posti e non viaggiano, si spostano solamente.
Alla fine è un pò quello che sto facendo io.
Dovrei essere felice, euforico, esaltato e pieno di brio ... eppure eccomi. Disperatamente dedito a digitare echi di pensieri che non portano da nessuna parte. Gridando verso l'avvenire.
O<-<
mercoledì, ottobre 22
"Tutto è iniziato ..." Qualunque scrittore all'americana inizierebbe il suo racconto così. Io non sono americano, nè tantomeno scrittore. Potrai semmai ripeterti nella testa, mentre leggi questa serie di simbolini, che sono bensì scritto. La chernobyl tenuta insieme dal mio cranio sforna macchie sulla parete, proietta luci e curva le linee verticali della vecchia e variopinta carta da parati. Sono in una stanza. La finestra è aperta. Ci clicco sopra e si apre un discorso ...
Ho deciso volontariamente di rivisitare un blog di cui sono ammiratore e che provoca in me un senso di inadeguatezza: http://ventitre.noblogs.org/ e ho trovato questo post
08 Ago, 2008 Le sette regole dell'arte di ascoltare maya, magick, testi — Inviato da george @ 08-08-2008 - 08:08 Volentieri citiamo Marianella Sclavi: 1. Non avere fretta di arrivare a delle conclusioni. Le conclusioni sono la parte più effimera della ricerca. 2. Quel che vedi dipende dalla prospettiva in cui ti trovi. Per riuscire a vedere la tua prospettiva, devi cambiare prospettiva. 3. Se vuoi comprendere quel che un altro sta dicendo, devi assumere che ha ragione e chiedergli di aiutarti a capire come e perché. 4. Le emozioni sono degli strumenti conoscitivi fondamentali se sai comprendere il loro linguaggio. Non ti informano su cosa vedi, ma su come guardi. Il loro codice è relazionale e analogico. 5. Un buon ascoltatore è un esploratore di mondi possibili. I segnali più importanti per lui sono quelli che si presentano alla coscienza come al tempo stesso trascurabili e fastidiosi, marginali e irritanti perché incongruenti con le proprie certezze. 6. Un buon ascoltatore accoglie volentieri i paradossi del pensiero e della comunicazione. Affronta i dissensi come occasioni per esercitarsi in un campo che lo appassiona: la gestione creativa dei conflitti. 7. Per divenire esperto nell'arte di ascoltare devi adottare una metodologia umoristica. Ma quando hai imparato ad ascoltare, l'umorismo viene da sè.
Tutto ciò dopo essermi gustato un DVD con un intervista fatta ad Alejandro Jodorowsky. Direi una sorta di momento magico.
E se decidessi di dipingere il mio autoritratto su una tela bianca col mio sperma? Cosa penserebbero di me? Avrei mai le palle per curare la mia esigente infanzia? Diventerei mai John Malcovitch? Al divenire noi stessi nei nostri stessi panni troveremmo solo risposte.
Quel che fa paura
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